mercoledì 15 aprile 2026

STANNO DISTRUGGENGO LA SANTA ORTODOSSIA - Un processo senza giustizia: perché Costantinopoli sta perdendo la fiducia della Chiesa di Nazar Golovko Unione dei giornalisti ortodossi, 7 aprile 2026

 

il processo del metropolita Tychikos da parte del Trono ecumenico si è ridotto a una mera formalità. Foto: Unione dei giornalisti ortodossi

I canoni concedono alla Chiesa di Costantinopoli il diritto di istanza giudiziaria suprema. Come viene esercitato questo diritto?

Per riassumere brevemente, nel 2025 il Sinodo della Chiesa di Cipro ha deciso di rimuovere il metropolita Tychikos dal governo dell'eparchia di Pafo. Secondo la maggior parte degli esperti, questa decisione è stata presa senza un'adeguata indagine canonica e senza osservare nemmeno le più elementari procedure giudiziarie prescritte dai sacri canoni della Chiesa.

Trovandosi in una situazione in cui la giustizia non poteva essere ripristinata a livello locale, il metropolita Tychikos ha esercitato il suo diritto legittimo: il diritto di appello (τὸ ἔκκλητον). L'ekkliton è un antico diritto canonico di qualsiasi vescovo o chierico di una Chiesa ortodossa locale di appellarsi contro una decisione sinodale dinanzi al Patriarcato ecumenico (di Costantinopoli). Non si tratta di una mera tecnicalità legale o di una formalità burocratica. Per secoli, l'ekkliton ha rappresentato la più alta corte, una garanzia che un vescovo ingiustamente condannato avrebbe ricevuto un'udienza imparziale, lontana dalle passioni politiche locali e dai conflitti personali.

Per un comune fedele ortodosso, il destino di un singolo metropolita cipriota potrebbe sembrare una questione interna a una sola eparchia. Ma questo sarebbe un errore. Il caso del metropolita Tychikos è un esempio illuminante di come funzionano oggi i più alti meccanismi della giustizia ecclesiastica.

Ogni credente dovrebbe comprendere che i canoni della Chiesa non sono stati scritti per accumulare polvere negli archivi, ma per difendere la verità e la giustizia. Il diritto di appello è stato concesso alla sede di Costantinopoli dai Concili ecumenici non come strumento per affermare la propria influenza politica o imporre la propria volontà alle altre Chiese locali, ma come croce di servizio. È un obbligo: essere l'ultima corte della verità, dove il giudizio viene emesso non secondo simpatie o calcoli politici, ma unicamente secondo la lettera e lo spirito dei sacri canoni.

In questo articolo, basandoci sui canoni, sulle dichiarazioni ufficiali e sulle testimonianze oculari, esamineremo nel dettaglio che cos'è il diritto di appello, come deve essere applicato e cosa è realmente accaduto nella sessione del Sinodo del Patriarcato ecumenico che ha esaminato l'appello del metropolita di Pafo.

Che cos'è il diritto di appello secondo i sacri canoni?

Per cogliere l'essenza del problema, dobbiamo rivolgerci alle fonti primarie: i sacri canoni della Chiesa ortodossa, formatisi nel corso del primo millennio di storia cristiana e tuttora legge indiscussa per tutte le Chiese locali. Il diritto di appello (ekkliton) non è stato inventato per servire le ambizioni di nessuno, bensì è stato istituito dai Padri della Chiesa secondo i principi della conciliarità, quale meccanismo necessario per mantenere l'ordine e proteggere dall'arbitrarietà a livello locale.

Storicamente, l'istituzione del diritto di appello iniziò a delinearsi già con il Concilio di Sardica (343), che concesse tale diritto al vescovo di Roma in quanto vescovo dell'antica capitale imperiale. I documenti chiave che sancirono questo diritto per la sede di Costantinopoli furono i canoni del IV Concilio ecumenico, tenutosi a Calcedonia nel 451. Con l'ascesa di Costantinopoli a Nuova Roma, il patriarca ecumenico divenne il principale garante di questo diritto nell'Oriente cristiano e, dopo la definitiva divisione delle Chiese nell'XI secolo, l'unico.

Di particolare importanza sono i Canoni 9 e 17 del Concilio di Calcedonia. Il Canone 9 afferma: "Se un vescovo o un chierico ha una controversia con il metropolita della provincia, si rivolga all'esarca della diocesi o al trono della città imperiale di Costantinopoli, e lì la questione sia dibattuta".

Questo canone stabilisce chiaramente l'ordine della giustizia ecclesiastica. Se sorge un conflitto tra un chierico e un vescovo, la questione viene risolta a livello della metropolia. Ma se il conflitto coinvolge il metropolita stesso – il capo di una regione ecclesiastica locale – allora il ricorso può essere indirizzato all'esarca (il capo di un distretto ecclesiastico più ampio) o direttamente alla sede di Costantinopoli.

Il Canone 17 dello stesso Concilio integra e chiarisce questa norma nel contesto delle controversie territoriali: "E se qualcuno subisce un torto da parte del suo metropolita, la questione sia decisa dall'esarca della diocesi o dal trono di Costantinopoli, come detto in precedenza".

Questi due canoni sono la pietra angolare del diritto di appello. Essi dimostrano che i Padri del Concilio consideravano la sede di Costantinopoli la più alta autorità giudiziaria, capace di risolvere controversie che non potevano essere risolte a livello locale. È fondamentale sottolineare che questo diritto è concesso come garanzia di giustizia per la parte lesa – come afferma esplicitamente il Canone 17, "se qualcuno ha subito un torto".

Lo scopo principale dell'ekkliton è la protezione di coloro che sono stati ingiustamente condannati, il ripristino della giustizia violata e la correzione degli errori giudiziari commessi dai Sinodi locali.

Non meno importante è il celebre Canone 28 del Concilio di Calcedonia, che confermò ed estese le prerogative di Costantinopoli già concesse dal secondo Concilio ecumenico del 381. Il Canone 28 afferma: "Seguendo in ogni cosa le decisioni dei santi Padri e riconoscendo il canone appena letto dei centocinquanta vescovi diletti da Dio (che si riunirono nella città imperiale di Costantinopoli, che è la Nuova Roma, al tempo dell'imperatore Teodosio di beata memoria), noi decretiamo e stabiliamo le stesse cose riguardo ai privilegi della santissima Chiesa di Costantinopoli, che è la Nuova Roma".

Questo canone poneva il vescovo della Nuova Roma – Costantinopoli – sullo stesso piano di onore del vescovo della vecchia Roma e gli concedeva il diritto di ordinare metropoliti nelle diocesi del Ponto, dell'Asia e della Tracia (ovvero nei territori dell'attuale Turchia e dei Balcani sudorientali), nonché vescovi in ​​terre al di fuori di tali diocesi. Successivamente, nel 692, il Canone 36 del V-VI Concilio (il Concilio Quinisesto o Trullano) riaffermò ancora una volta questi privilegi della sede di Costantinopoli.

Tuttavia, nella lettura di questi canoni, è fondamentale comprendere il punto centrale: nell'ecclesiologia ortodossa, ogni "privilegio" o "diritto" è indissolubilmente legato al dovere e al servizio.

Il Patriarca Ecumenico è "primo tra pari" (primus inter pares). Non si tratta dell’autorità assoluta di un monarca, ma di un primato d’onore e di servizio. Proprio per questo motivo, il diritto di ascoltare gli appelli impone un'immensa responsabilità canonica al Trono ecumenico.

Quando un vescovo leso si rivolge a Costantinopoli, si aspetta che il suo caso venga esaminato imparzialmente, rigorosamente nel merito delle accuse mosse contro di lui e in piena conformità con la lettera e lo spirito dei canoni. In quel momento, il Patriarcato ecumenico agisce come arbitro indipendente, ponendosi al di sopra degli intrighi politici locali, delle animosità personali e delle pressioni amministrative. Se, tuttavia, l'istanza di appello comincia a essere guidata non dai canoni ma da opportunismo politico, simpatie per una parte o dal desiderio di imporre particolari visioni teologiche, il significato stesso dell'ekkliton crolla. La giustizia si trasforma in uno strumento di influenza e le decisioni sinodali in un mezzo di pressione.

Cosa dicono il patriarca Bartolomeo e i vescovi di Costantinopoli a proposito dell'ekkliton?

È significativo notare che i rappresentanti del Patriarcato ecumenico – e il patriarca Bartolomeo in persona – descrivono il diritto di appello come una pesante croce di servizio e un sacro obbligo. Nei loro discorsi ufficiali, messaggi e interviste, i gerarchi di Costantinopoli sottolineano che le loro prerogative non sono concesse per il dominio, ma per servire l'unità della Chiesa e salvaguardare l'ordine canonico.

In un documento chiave pubblicato sul sito ufficiale dell'arcidiocesi del Patriarcato ecumenico negli Stati Uniti, intitolato "La leadership del Patriarcato ecumenico e il significato del Canone 28 di Calcedonia", viene citata un'importante dichiarazione del patriarca Bartolomeo:

"Il Patriarcato ecumenico, in quanto primo Trono della Chiesa ortodossa, ha ricevuto, per decisione dei Concili ecumenici (canone 3 del II Concilio ecumenico; canoni 9, 17 e 28 del IV Concilio ecumenico; canone 36 del Concilio ecumenico quinisesto) e per la prassi ecclesiale secolare, la responsabilità eccezionale e la missione obbligatoria di prendersi cura della protezione della fede così come ci è stata tramandata e dell'ordine canonico (taxis). E così ha adempiuto con la dovuta prudenza e per diciassette secoli a tale obbligo nei confronti delle Chiese ortodosse locali, sempre nel quadro della tradizione canonica e sempre attraverso l'utilizzo del sistema sinodale [...]"

In questa dichiarazione, lo stesso patriarca Bartolomeo definisce queste prerogative – incluso il diritto di ascoltare i ricorsi ai sensi dei Canoni 9 e 17 – una "responsabilità esclusiva" e una "missione obbligatoria". Sottolinea che questa missione deve essere sempre svolta "nel quadro della tradizione canonica". Ciò significa che qualsiasi decisione del Patriarcato ecumenico in merito a un ricorso deve essere canonicamente impeccabile, trasparente e rigorosamente motivata.

In un altro discorso, pronunciato all'Università di Tartu (Estonia) nel 2000, il patriarca Bartolomeo si espresse in modo ancora più chiaro :

"Il Patriarcato ecumenico non ha mai rivendicato un primato amministrativo o di autorità tra le Chiese ortodosse, né si è mai ritenuto investito di un'autorità infallibile. Tutti i patriarchi ecumenici si sono considerati e si considerano investiti del pesante fardello del servizio a tutte le Chiese ortodosse, un servizio che si rende indispensabile quando queste ultime non sono in grado di risolvere autonomamente determinati problemi, quando si rende necessario il coordinamento delle attività delle cattedre, quando le Chiese o alcuni dei loro membri si rivolgono a loro chiedendo il loro intervento per regolamentare questioni importanti che non potrebbero essere risolte con successo in altro modo."

Anche qui ritroviamo il tema del pesante fardello del servizio. Il patriarca respinge esplicitamente qualsiasi pretesa di infallibilità o di dominio amministrativo. Presenta il Trono ecumenico come ultima istanza, a cui ci si rivolge solo in casi estremi, quando l'autorità ecclesiastica locale non può garantire la giustizia. Ed è assolutamente chiaro che tale intervento ha senso solo se è assolutamente imparziale e obiettivo.

Vale anche la pena ricordare che nel suo discorso di insediamento del 1991, il patriarca Bartolomeo sottolineò:

"Pertanto, affermiamo fin dall'inizio che non solo seguiremo l'ordine canonico della nostra Chiesa ortodossa, e rispetteremo in particolare la venerata tradizione e prassi della grande Chiesa di Cristo, ma, essendo fermamente convinti dalla sacra esperienza dell'indispensabile valore della conciliarità attraverso cui lo Spirito Santo parla alla Chiesa, percorreremo la via della diaconia della Chiesa, solo sotto la sua luce, nel suo quadro e nella sua funzione canonica, in armonia con i nostri stimatissimi fratelli e concelebranti in Cristo. Dicendo ciò, non limitiamo affatto la nostra convinzione e la nostra attenzione su questo argomento fondamentale a ciò che riguarda solo la nostra santissima Chiesa di Costantinopoli, ma estendiamo questa sacra confessione e dichiarazione anche a tutto ciò che riguarda la Chiesa ortodossa in tutto il mondo. Su questo punto riteniamo nostro dovere affermare chiaramente che il Patriarcato ecumenico rimarrà un'istituzione puramente spirituale, simbolo di riconciliazione e forza disarmata. Esercitando le componenti della nostra santa fede ortodossa, salvaguardandole e comportandosi rispetto alle giurisdizioni pan-ortodosse, il Patriarcato ecumenico è distaccato da ogni politica, tenendosi lontano dalla fumosa arroganza dell'autorità secolare. Del resto, il potere umano da solo, così come tutto ciò che è umano, non è altro che vanità e illusione di potere.

Queste parole, pronunciate all'inizio del suo ministero patriarcale, hanno un grande peso e, purtroppo, vengono spesso dimenticate. Una "istituzione puramente spirituale" implica la libertà da calcoli mondani, compromessi politici e qualsiasi forma di pressione. Si potrebbero ricordare numerose decisioni che sembrano contraddire queste parole. Tuttavia, è sufficiente notare che quando un vescovo ingiustamente condannato dal suo Sinodo si appella al Fanar, spera di incontrare proprio una "istituzione spirituale" di questo tipo: un'istituzione che esamini la sostanza delle accuse, ascolti entrambe le parti, verifichi le prove e emetta un verdetto basato unicamente sulla verità di Dio e sui canoni della Chiesa.

Pertanto, gli stessi vescovi di Costantinopoli stabiliscono i criteri in base ai quali le loro azioni possono e devono essere giudicate. Per loro stessa ammissione, il diritto di appello non è un'approvazione meccanica delle decisioni sinodali locali al fine di mantenere buoni rapporti con i loro primati. Non è uno strumento per allineare le visioni teologiche agli standard del Fanar. È un tribunale canonico rigoroso che deve esaminare ogni caso nel merito.

Ed è proprio con questo approccio – formulato dal patriarca Bartolomeo e dai suoi vescovi – che dobbiamo procedere all'esame del caso del metropolita Tychikos di Pafo.

Il punto cruciale del caso del metropolita Tychikos: appello o inquisizione?

Ricordiamo che la decisione del Sinodo della Chiesa di Cipro riguardante il metropolita Tychikos fu adottata in violazione della procedura obbligatoria. Di questo si è già scritto molte volte e non lo ripeteremo qui. Ci limiteremo a notare che il Sinodo cipriota chiese al metropolita di firmare un documento intitolato "Confessione di fede". In tale documento, egli era tenuto a riconoscere le decisioni del Concilio di Creta del 2016 e a condannare la pratica della "non-commemorazione", ovvero la cessazione della comunione eucaristica con i vescovi per motivi dogmatici. Il metropolita Tychikos si rifiutò di firmare il documento, affermando di non poter condannare qualcosa che è consentito dai sacri canoni. Menzioniamo questa "Confessione di fede" solo perché ha una diretta rilevanza per il nostro articolo e per gli eventi successivamente riportati dalla stampa greca.

Essendo stato ingiustamente condannato, il metropolita Tychikos ha esercitato il suo diritto di ekkliton e ha presentato ricorso al Patriarcato ecumenico. Ci si aspetterebbe che qui, nella più alta istanza, il caso venisse finalmente esaminato nel merito: se a Cipro fossero state osservate le necessarie procedure canoniche, se Tychikos avesse violato canoni specifici che potessero giustificare la privazione della sua sede episcopale, e così via.

Tuttavia, quanto accaduto durante la sessione del Sinodo del Patriarcato ecumenico ha infranto tali speranze.

Il noto giornalista greco Dionysios Makris, scrivendo su Orthodoxos Typos (novembre 2025, numero 281), ha pubblicato dettagli sensazionali dell'udienza sinodale nel caso del metropolita Tychikos.

Secondo Makris, invece di esaminare la sostanza dell'appello e verificare la validità delle accuse mosse dalla Chiesa di Cipro, il Sinodo si è occupato di questioni completamente diverse, ovvero di chiarire le posizioni del metropolita su ampie questioni ecclesiastiche che non avevano alcuna attinenza diretta con il suo caso. Il patriarca Bartolomeo ha interrogato personalmente il metropolita Tychikos in un modo che suonava più come un interrogatorio della sua affidabilità ideologica che come un'udienza.

Ecco come Orthodoxos Typos descrive lo scambio:

Patriarca: "Qual è la sua opinione sull'ecumenismo?"

Tychikos: "Mi perdoni, Santità, ma mi sembra che questo appello riguardi la questione sorta con il Sinodo della Chiesa di Cipro. Che c'entra l'ecumenismo? Sono venuto qui per sapere se la mia rimozione è stata giustificata. Pertanto non posso rispondere a domande non attinenti al mio caso".

Patriarca: "Non eluda la domanda. Accetta o rifiuta il Santo e Grande Concilio di Creta?"

Tychikos: "Santità, sa perfettamente che all'epoca non ero ancora vescovo: il Concilio si è svolto nel 2016. Io sono stato eletto in seguito. Accettando l’ordinazione, ho di fatto accettato le posizioni della Chiesa a cui appartengo. Sono rimasto in silenzio e non mi sono espresso contro di esse".

Patriarca: "Quali sono i suoi rapporti con padre Theodoros Zisis e con coloro che non commemorano?" (Il protopresbitero Theodoros Zisis è un chierico sospeso della Chiesa di Grecia, sebbene non ridotto allo stato laicale. Un tempo collaborava strettamente con il patriarca Bartolomeo, ma in seguito smise di commemorarlo, ndt).

Tychikos: "Padre Theodoros Zisis è stato mio professore quando studiavo alla Facoltà di Teologia dell'Università Aristotele di Salonicco. Da allora, non ho avuto alcun rapporto particolare con lui".

Patriarca: "Circolano voci secondo cui lei intende ordinare il monaco Seraphim e diventare il capo dei non-commemoratori. È vero?"

Tychikos: "No, è falso ed è una calunnia inaccettabile. Non conosco nemmeno personalmente il monaco Seraphim".

Patriarca: "Sostiene la non commemorazione?"

Tychikos: "Mi oppongo alla mancata commemorazione che porta allo scisma, Santità".

Questo dialogo chiarisce il formato con cui si è svolto l'ekkliton. Invece di esaminare la sostanza dell'appello e le violazioni dello Statuto della Chiesa di Cipro, la discussione si è spostata su questioni del tutto estranee. Non c'è stata alcuna analisi delle azioni del Sinodo cipriota, nessuna convocazione o interrogatorio di testimoni, nessuna indagine. Alla fine, il Patriarcato ecumenico non solo non è riuscito a ribaltare la decisione non canonica della Chiesa di Cipro, ma ha anche raccomandato a Tychikos di sottomettersi ad essa, lasciandolo nella condizione di vescovo senza sede.

Il procedimento sopra descritto difficilmente può essere definito un tribunale d'appello. Sembrava piuttosto un tentativo di utilizzare il diritto di ekkliton come strumento di pressione, al fine di assicurarsi il consenso politico con l'arcivescovo Georgios di Cipro e di reprimere il sentimento conservatore all'interno della Chiesa. Il caso non è stato esaminato nel merito e, pertanto, la conclusione raggiunta non può essere considerata canonicamente ineccepibile.

Analisi e conclusioni: l'integrità canonica come fondamento della fiducia

Esaminando il caso del metropolita Tychikos attraverso il prisma dei sacri canoni e delle dichiarazioni dello stesso Patriarcato ecumenico, giungiamo a una serie di conclusioni importanti – e, purtroppo, profondamente inquietanti. Le formuliamo nel pieno rispetto del ruolo storico del Trono di Costantinopoli, ma con la ferma convinzione che la verità debba prevalere su tutto.

Innanzitutto, il diritto di ekkliton – il diritto di appello – non è un privilegio che conferisce potere sulle altre Chiese locali, né uno strumento per imporre una "unanimità teologica" con mezzi coercitivi. È, come ha giustamente affermato lo stesso patriarca Bartolomeo, un "pesante fardello di servizio" e una "missione obbligatoria" per salvaguardare l’ordine canonico. Lo scopo stesso di un appello è correggere un errore giudiziario commesso a livello locale. Se il Sinodo della Chiesa di Cipro avesse rimosso un metropolita in flagrante violazione della procedura, senza processo e senza indagine, allora il dovere canonico diretto di Costantinopoli sarebbe stato quello di ribaltare tale decisione e rinviare la questione a una nuova e giusta udienza – oppure di assolvere il metropolita.

In secondo luogo, sostituire l'oggetto dell'esame è inammissibile nella giustizia ecclesiastica. Quando un metropolita ricorre in appello contro l'illegittima privazione della sua sede episcopale, la più alta corte è tenuta ad esaminare precisamente la legittimità di tale privazione. Trasformare un tribunale d'appello in un interrogatorio sul proprio atteggiamento personale nei confronti dell'ecumenismo, del Concilio di Creta o di particolari teologi costituisce una grave violazione dei principi elementari di giustizia.

Se un ricorso non viene esaminato nel merito, ma viene utilizzato invece per mettere alla prova la "correttezza" di interpretazioni teologiche, allora tale decisione non può essere riconosciuta come coerente con l'ordinamento canonico. Un tribunale che giudica non le azioni, ma le convinzioni, cessa di essere un tribunale e diventa un'inquisizione.

In terzo luogo, tali azioni non rafforzano l'autorità del Patriarcato ecumenico, bensì la minano, perché svuotano di sostanza il diritto stesso dell'ekkliton. Se un appello viene considerato unicamente attraverso il prisma della lealtà alle decisioni e alle posizioni del Fanar, allora solo coloro che già condividono tali decisioni e posizioni saranno disposti – o in grado – di appellarsi ad esso.

I fedeli e l'episcopato possono constatare che il Fanar, per amore delle alleanze politiche, è disposto a chiudere un occhio su evidenti violazioni canoniche e a sacrificare il destino di un vescovo onesto. Il desiderio di non compromettere i rapporti con l'arcivescovo Georgios di Cipro, che appoggia la posizione di Costantinopoli su altre questioni controverse, sembra prevalere sui canoni stessi. In tali condizioni, la fiducia nell'istituzione dell'ekkliton si erode rapidamente. Perché ricorrere in appello, se l'esito non dipende dai canoni, ma dall'opportunismo politico e dalla disponibilità a firmare i documenti richiesti?

Tutto ciò sottolinea quanto sia fondamentale per il Patriarcato di Costantinopoli rimanere al di sopra di ogni forma di politica e simpatia personale. Il diritto di ekkliton ha senso solo quando è cieco alle persone e attento ai canoni. Nel caso del metropolita Tychikos, purtroppo, abbiamo assistito al contrario: i canoni sono stati messi in secondo piano, mentre questioni di lealtà e ideologia sono state portate in primo piano.

Al posto di una conclusione

Nel valutare il caso del metropolita Tychikos, è impossibile non ricorrere a parallelismi storici. La storia della Chiesa ha ripetutamente visto situazioni in cui i sinodi locali, cedendo alle pressioni dei governanti secolari o alle proprie ambizioni interne, hanno emesso decisioni ingiuste nei confronti dei loro confratelli vescovi. È proprio in momenti come questi che l'istituzione dell'ekkliton è stata concepita per fungere da ancora di salvezza.

Ricordiamo il caso di sant'Atanasio il Grande, ripetutamente sottoposto a ingiuste condanne da parte di concili influenzati dall'eresia ariana. I suoi appelli alla Sede romana – che, prima dello scisma del 1054, aveva anche il diritto di ricevere appelli – furono esaminati nel merito e il santo fu riabilitato.

Un altro esempio è quello di san Giovanni Crisostomo. Ingiustamente condannato dal Sinodo della Quercia, si appellò a papa Innocenzo I di Roma, il quale, dopo aver esaminato il caso nel merito, si schierò in difesa del vescovo ingiustamente condannato, incurante delle pressioni politiche della corte imperiale. Furono proprio questi esempi di rigorosa fedeltà ai canoni e di autentica imparzialità a rafforzare la fiducia nelle massime autorità di appello.

Il diritto di ekkliton non è semplicemente un privilegio, ma un'immensa responsabilità. Tale responsabilità ricade non solo su coloro che ricevono i ricorsi, ma su tutta la pienezza della Chiesa, che deve rimanere vigile per garantire che la giustizia ecclesiastica resti imparziale e obiettiva.

Solo allora la Chiesa potrà rimanere "colonna e fondamento della Verità".

lunedì 13 aprile 2026

 MESSAGGIO PASQUALE DEL METROPOLITA MARK DI KORSUN E DELL'EUROPA OCCIDENTALE, ESARCA PATRIARCALE DELL'EUROPA OCCIDENTALE

 

 

 

 

 

 

 

Agli arcipastori, pastori, diaconi e monaci dell'Esarcato dell'Europa occidentale della Chiesa ortodossa russa

Beneamati in Cristo, confratelli vescovi, preti e diaconi, cari fratelli e sorelle!

Cristo è Risorto!

Cari fratelli e sorelle! Vi rivolgo il tradizionale saluto pasquale, esprimendo la nostra esultanza per la Risurrezione del Salvatore.

La Pasqua di Cristo conclude il tempo della Santa Grande Quaresima, che è stata istituita a imitazione del digiuno di quaranta giorni del nostro Salvatore. Dopo il suo Battesimo, il Signore Gesù Cristo si ritirò nel deserto, per sfidare le forze delle tenebre. Avendo vinto tutte le tentazioni, Cristo ci ha dato l'esempio di come resistere al nemico invisibile.

Anche la vita di ciascuno di noi è legata al superamento delle difficoltà, ed è piena di lotte e drammi. Durante la Quaresima, abbiamo ripetutamente ascoltato le parole di preghiera che parlavano della nostra necessità di diventare vincitori del peccato. Tuttavia, i nostri desideri si sono spesso scontrati con la dura realtà. E invece di vincere il peccato, vi abbiamo ceduto.

Cristo è venuto sulla terra per aiutarci a vincere il peccato. E il Nuovo Testamento di Cristo Salvatore è stato istituito allo scopo di perdonare i peccati dell'umanità. Perdono al prezzo della vita del Dio-Uomo.

La Quaresima è terminata, la settimana della Passione del Signore si è conclusa.

Il mondo ortodosso celebra la Pasqua di Cristo. San Giovanni Crisostomo ci invita tutti a partecipare al trionfo pasquale.

Sia coloro che hanno digiunato e lottato contro il peccato, sia coloro che hanno digiunato in modo incompleto o non hanno digiunato affatto, si uniscano a noi nella grandezza della Festa.

Apriamo i nostri cuori alla gioiosa notizia della Risurrezione del Salvatore! Sforziamoci di scacciare ogni oscurità e tristezza dalle nostre anime.

Possa la luce della Risurrezione di Cristo illuminare i nostri cuori e riempirli di un senso di gioia.

Cristo è veramente Risorto!

+MARK,

METROPOLITA DI KORSUN E DELL'EUROPA OCCIDENTALE, ESARCA PATRIARCALE DELL'EUROPA OCCIDENTALE

PARIGI,

PASQUA DI CRISTO, 2026

martedì 7 aprile 2026

 CELEBRAZIONI NELLA SETTIMANA SANTA 

PRESSO LA CHIESA PARROCCHIALE "SAN GIOVANNI DI KRONSTADT" 

- PATRIARCATO DI MOSCA - CASTROVILLARI (CS)

 APRILE

 08  M     La sera Ufficatura del Nimfios  -  Olio Santo  (Ore 17,30)

                (Chiesa Parrocchiale - Castrovillari)

09  G      Mattutino e 12 evangeli

                    (Chiesa Parrocchiale - Castrovillari)

10   V    Ufficio delle Grandi Ore e Epitafios Trinos  (Sante sofferenze del Signore) 

                 Processione con l’Epitafios   (Chiesa Parrocchiale - Castrovillari)

  11  S      Sabato Santo  -  Mattutino di Pasqua

 12  D             PASQUA  DI  RISURREZIONE

                                        


 ORE  09.30

Processione ed apertura della porta

Entrata trionfale in Chiesa

DIVINA  LITURGIA   

 

   ХРИСТОС ВОСКРЕСЕ     ВОИСТИННУ ВОСКРЕСЕ

                        CRISTO Ė RISORTO     VERAMENTE Ė RISORTO

                            KRISTOS ANESTI     ALITHOS ANESTI

KRISHTI U NGJALLË     VIRTETA U NGJALLË

                        HRISTOS A ÎNVIAT     ADEVARAT A ÎNVIAT

 

A TUTTI  I  FEDELI  ORTODOSSI

 

B U O N A   P A S Q U A

 

Padre  Giovanni  Capparelli

 

https://www.ortodossiatorino.net/

 La "matematica canonica" di Costantinopoli, ovvero la provenienza dei vescovi della "Chiesa ortodossa dell'Ucraina"

 

Pubblicato : Padre Ambrogio

 

il Fanar considera valida un'ordinazione eseguita da un uomo senza ordini sacri – e da un impostore. Foto: Unione dei giornalisti ortodossi

Perché non ci sono basi per un dialogo con la "Chiesa ortodossa dell'Ucraina" e perché la "matematica canonica" di Costantinopoli non produce risultati.

Di recente, la leadership della "Chiesa ortodossa dell'Ucraina" ha dichiarato la propria disponibilità al dialogo. Questo dialogo, affermano, dovrebbe iniziare senza precondizioni e concludersi con la riconciliazione e la guarigione delle divisioni che attualmente esistono tra le confessioni ortodosse ucraine. Non ci soffermeremo sulla sincerità di tali dichiarazioni. Parliamo invece di un problema che, in questo contesto, non può essere eluso. Senza risolverlo, non sono possibili né "guarigione" né "riconciliazione", perché esso è al centro stesso dell'esistenza ecclesiale. Si tratta della questione delle ordinazioni episcopali, della "validità" dell'episcopato. Validità qui significa idoneità, autenticità, legittimità, capacità di adempiere ai compiti affidati.

A questo proposito, la storia raccontata dallo storico e teologo Sergij Shumilo è particolarmente significativa: una storia sulla logica utilizzata dai rappresentanti del Patriarcato di Costantinopoli nell'affrontare la questione delle "ordinazioni" episcopali nella "Chiesa ortodossa autocefala ucraina". Shumilo ha affermato di aver inviato a Costantinopoli nel 2018 un'intera indagine sulle prime "ordinazioni" episcopali avvenute nella "Chiesa ortodossa autocefala ucraina" nel 1990. Tra i coinvolti figuravano l'arcivescovo Ioann Bodnarchuk, che era stato ridotto allo stato laicale dalla Chiesa russa, e un certo Vikentij Chekalin. L'indagine ha dimostrato in modo convincente che Chekalin non era un vescovo, bensì un impostore, un truffatore e un pedofilo. Eppure Costantinopoli non si è minimamente preoccupata della partecipazione di una persona del genere in una "ordinazione" della "Chiesa ortodossa autocefala ucraina". Secondo Shumilo, l'allora segretario del Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli – ora metropolita Gregorios di Ankara – affermò che Chekalin era semplicemente "uno zero" e che la "grazia" era stata trasmessa ai "vescovi" della Chiesa ortodossa ucraina dell'Ucraina esclusivamente tramite Bodnarchuk.

"Chekalin è uno zero, cioè non è affatto un vescovo: è una persona qualunque che si è ritrovata lì per via di determinate circostanze. È uno zero. E in matematica, che si moltiplichi per zero, si divida per zero, si aggiunga zero o si sottragga zero, non si crea nulla, non si ottiene alcun risultato", ha spiegato il segretario del Sinodo della Chiesa di Costantinopoli, illustrando la sua interpretazione della matematica.

Canoni, ecclesiologia e validità

Anche se considerassimo Bodnarchuk, ridotto allo stato laicale, come "uno", le leggi della matematica confutano la "matematica canonica" del Patriarcato di Costantinopoli. Quando si moltiplica o si divide un numero per zero, il risultato è sempre zero. E nel caso dei canoni della Chiesa, si osserva lo stesso risultato.

Nella tradizione ortodossa, la questione della natura canonica delle ordinazioni non è una formalità né una convenzione giuridica. L'ordinazione non può essere ridotta a un trasferimento meccanico di una qualche "grazia" condizionale, come se questa fosse una sostanza che fluisce da un corpo fisico all'altro. Né la "matematica canonica" funziona in questo caso: l'idea che se Chekalin è uno "zero", allora la sua partecipazione alla "ordinazione" non aggiunge né sottrae nulla. Non prenderemo nemmeno in considerazione la questione che un vescovo debba essere ordinato da almeno due vescovi.

È attraverso l'ordinazione episcopale che si realizza la successione apostolica e, di conseguenza, l'unità eucaristica della Chiesa. Per questo motivo i canoni della Chiesa sono così rigorosi riguardo alla comunione orante – e soprattutto liturgica – con eretici, scismatici e, in generale, con coloro che non appartengono alla Chiesa. Per esempio, il Canone apostolico 10 afferma: "Se qualcuno prega con uno scomunicato dalla comunione ecclesiale, anche in casa, sia scomunicato anche lui". Lo stesso vale per i Canoni apostolici 11 e 45, così come per diversi canoni dei Concili Ecumenici.

Perché tanta severità? E perché, in linea di principio, Bodnarchuk – con la partecipazione di Chekalin – non avrebbe potuto ordinare un vescovo valido? Perché il disprezzo per i canoni, che vietano severamente la comunione orante con coloro che sono stati esclusi dalla Chiesa, testimonia di per sé che una tale persona non serve né Dio né la Chiesa, ma altri fini – e quindi è incapace di annunciare la Buona Novella e di celebrare i misteri. La successione apostolica non è una trasmissione meccanica della grazia. Presuppone la fedeltà all'insegnamento apostolico nella sua interezza. Chi, proprio nel momento dell'ordinazione gerarchica, compie azioni volte a distruggere l'unità della Chiesa e a contraddire il Credo ("Credo nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica") – costui non può diventare un vero vescovo.

Le voci delle Chiese locali: dubbi persistenti

Molte Chiese locali hanno affermato che non si può semplicemente chiudere gli occhi di fronte al disprezzo originario per i canoni e "ordinare" vescovi sotto anatema ecclesiastico. La dichiarazione più dettagliata su questo argomento è stata fatta dal compianto arcivescovo Anastasios d'Albania. Per esempio, in una lettera al patriarca Bartolomeo datata 14 gennaio 2019, questi scrisse : "È riconosciuto come fondamentale principio ecclesiologico pan-ortodosso che le ordinazioni di eretici e scismatici, e in particolare di coloro che sono stati deposti e scomunicati, in quanto 'sacramenti' compiuti al di fuori della Chiesa, sono invalide. Questo principio fondamentale è indissolubilmente legato all'insegnamento ortodosso sullo Spirito Santo e costituisce il fondamento incrollabile della successione apostolica dei vescovi ortodossi".

La Chiesa ortodossa romena, nelle decisioni del suo Santo Sinodo del 2019, ha esplicitamente affermato che la questione dei "vescovi e sacerdoti non canonici in Ucraina" rimane irrisolta. I vescovi romeni hanno indicato che, senza una risposta chiara al problema della successione e delle ordinazioni, è impossibile parlare di pieno riconoscimento ecclesiale della "Chiesa ortodossa dell'Ucraina".

Il Patriarca della Chiesa bulgara, Daniil, nel 2019 – quando era ancora metropolita di Vidin – inviò un messaggio ai vescovi ortodossi in cui affermava, tra l'altro : "Nel corso del dibattito in corso tra vari vescovi e teologi ortodossi, compreso lo scambio di lettere tra alcuni primati e il patriarca Bartolomeo, sono state sollevate serie preoccupazioni. Una di queste riguarda il grave problema della natura non canonica della 'gerarchia' della struttura ecclesiastica a cui è stato concesso il Tomos".

Dopo essere diventato patriarca, non ha cambiato idea. In una recente intervista, il patriarca Daniil ha affermato che esistono "significativi ostacoli canonici" al riconoscimento della "Chiesa ortodossa dell'Ucraina" .

Anche la Chiesa di Cipro, che in seguito ha riconosciuto condizionatamente la "Chiesa ortodossa dell'Ucraina", ha dichiarato nel febbraio 2019: "L'esperienza bimillenaria della Chiesa di Cipro e dell'intera Chiesa ortodossa nel suo complesso ci dà motivo di dubitare della possibilità di retrodatare legalmente le ordinazioni effettuate da vescovi sospesi, scomunicati e anatemizzati. La sospensione, la scomunica e l'anatema degli individui che hanno dato inizio alla crisi ucraina sono stati riconosciuti da tutti gli ortodossi. Il diritto di appello, quando presentato, deve essere soggetto a determinate limitazioni temporali sia per quanto riguarda la presentazione che per la sua valutazione".

Ancora oggi, nella Chiesa di Cipro, si discute pubblicamente dell'impossibilità di riconoscere le "ordinazioni" della "Chiesa ortodossa dell'Ucraina", e molti vescovi ciprioti si rifiutano di commemorare Sergij (Epifanij) Dumenko.

Oikonomia o volontà arbitraria

Quella tanto discussa oikonomia, a cui i rappresentanti del Patriarcato di Costantinopoli amano appellarsi, è effettivamente esistita nella storia della Chiesa. La storia conosce varie forme di accoglienza degli scismatici. Ma in primo luogo, il fatto stesso di applicare l'oikonomia testimonia già la presenza di un problema canonico. In secondo luogo, l'applicazione dell'oikonomia ha sempre avuto come scopo il bene di tutta la Chiesa – in questo caso, l'unità della Chiesa. In terzo luogo, l'applicazione dell'oikonomia presupponeva la sua accoglienza da parte della pienezza della Chiesa. In altre parole, l'applicazione dell'oikonomia richiede il consenso pan-ecclesiale. Altrimenti, l'oikonomia non fa che nuocere.

Nel caso dell'accoglienza da parte di Costantinopoli degli scismatici ucraini "nel loro rango attuale", fu chiaro fin dall'inizio che ciò non avrebbe portato all'unità della Chiesa, ma a una divisione ancora maggiore e più profonda di prima. E, naturalmente, non vi fu il consenso di tutte, né tantomeno della maggioranza, delle Chiese locali per tale oikonomia. Si trattò di una decisione unilaterale del Patriarcato di Costantinopoli.

Il comportamento successivo degli scismatici ucraini che Costantinopoli ha riconosciuto e dai quali ha formato la "Chiesa ortodossa dell'Ucraina" ha dimostrato chiaramente la loro invalidità. Invece di predicare il Vangelo e insegnare ai loro seguaci i comandamenti di Dio, i "vescovi" della "Chiesa ortodossa dell'Ucraina" incoraggiano la confisca dei luoghi di culto della Chiesa ortodossa ucraina, la violenza contro i suoi fedeli, la messa al bando legislativa della Chiesa ortodossa ucraina e così via. "Li riconoscerete dai loro frutti" (Mt 7:16).

Un dialogo senza fondamento

Per quanto si parli della necessità di un dialogo tra la Chiesa ortodossa ucraina e la "Chiesa ortodossa dell'Ucraina", ogni discussione si scontra con un problema evidente. Se non ci sono dubbi sulla natura di grazia della gerarchia della Chiesa ortodossa ucraina (anche all'interno della "Chiesa ortodossa dell'Ucraina"), allora la "gerarchia" della "Chiesa ortodossa dell'Ucraina" è riconosciuta solo da quattro Chiese locali – e nemmeno integralmente. Immaginiamo che la Chiesa ortodossa ucraina decidesse improvvisamente di dimenticare la natura non canonica delle ordinazioni della "Chiesa ortodossa dell'Ucraina" e di unirsi ad essa. Cambierebbe la posizione delle Chiese albanese, bulgara, romena e di tutte le altre Chiese che non riconoscono la "Chiesa ortodossa dell'Ucraina"? Chiaramente no, perché tale posizione è determinata dall'ecclesiologia ortodossa, non dall'opinione della Chiesa ortodossa ucraina. E questo significa che alla fine sorgerebbero dubbi sulla canonicità di questa struttura ecclesiastica ucraina già "unita".

L'affermazione secondo cui la questione delle ordinazioni appartiene al passato non regge alle critiche. Rimane all'ordine del giorno e riemergerà in ogni tentativo di risolvere la crisi della Chiesa ucraina.

L'unico modo realistico e teologicamente corretto per superare questa crisi è un confronto e una decisione conciliare pan-ortodossa. Senza di essa, qualsiasi appello al dialogo non è altro che una farsa e una messa in scena per il pubblico.

domenica 5 aprile 2026

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Il presidente del parlamento georgiano avverte che ci sarà una guerra contro la Chiesa ortodossa

Quando qualcuno avvisa di un tentativo organizzato di distruggere la Chiesa ortodossa, o è completamente ignorato, come avviene per parrocchie come la nostra, oppure, se ha una certa visibilità mediatica, è nascosto sotto al tappeto con accuse di "putinismo". Eppure fu la stessa anima (nera) della politica estera americana, Zbigniew Brzezinski, a sostenere che dopo la caduta dell'URSS il nemico principale del mondo occidentale sarebbe stata la Chiesa ortodossa russa. I cristiani ortodossi hanno ragioni perfettamente lecite di preoccuparsi, ancor più quando questa tendenza è descritta minuziosamente dallo stesso presidente del Parlamento georgiano, Shalva Papuashvili, che mette in guardia contro un attacco diretto alla Chiesa.

  Il presidente del parlamento georgiano avverte che ci sarà una guerra contro la Chiesa ortodossa

Orthochristian.com, 30 marzo 2026

 

la cattedrale della Trinità (Sameba) a Tbilisi. Foto: responsibletravel.com

Shalva Papuashvili, presidente del Parlamento georgiano, ha affermato che la campagna ventennale volta a screditare la Chiesa ortodossa georgiana equivale a una guerra religiosa finalizzata a soppiantare le fondamenta spirituali della nazione georgiana, come riporta 1tv.ge.

Papuashvili ha rilasciato queste dichiarazioni ai giornalisti in seguito alla scomparsa di sua Santità il catholicos-patriarca Ilia II, che ha guidato la Chiesa ortodossa georgiana per 48 anni ed era ampiamente considerato la figura più amata e stimata della vita pubblica georgiana. È stato padrino di battesimo di oltre 50.000 bambini georgiani. Il patriarca si è spento il 17 marzo.

L'oratore ha citato un'intervista del 2004 in cui il patriarca aveva già avvertito che era in corso una campagna anti-Chiesa, che a suo avviso era stata orchestrata dall'estero. Papuashvili ha affermato che l'obiettivo della campagna è stato quello di minare la Chiesa – l'istituzione che detiene la massima autorità nella società georgiana – al fine di sostituirla con un'ideologia straniera.

Papuashvili ha inoltre collegato la campagna a quelli che ha descritto come tentativi da parte dei funzionari di Bruxelles e di alcuni leader europei di trasformare l'Unione Europea in una sorta di pseudo-religione, affermando che i suoi aderenti locali in Georgia mostrano un comportamento fondamentalista nel loro attaccamento alle istituzioni dell'Unione Europea.

Ha affermato che le organizzazioni coinvolte nel diffamare la Chiesa avevano ricevuto finanziamenti diretti dall'estero, citando in particolare i finanziamenti francesi ricevuti da Sovlab, e ha fatto notare che un ente autoproclamatosi Centro per la Tolleranza, finanziato dall'Unione Europea e da altre fonti straniere, non aveva alcun legame effettivo con l'Ufficio del Difensore Civico, nonostante si presentasse come affiliato a tale istituzione.

Il presidente del Parlamento ha affermato che, nonostante i fondi destinati alla Chiesa e al popolo georgiano, gli sforzi si sono rivelati vani. Ha citato come prova della situazione attuale della società georgiana gli oltre un milione e mezzo di persone che si sono recate alla cattedrale della Trinità (Sameba) per rendere l'ultimo omaggio al patriarca Ilia.


mercoledì 1 aprile 2026

Fratelli e sorelle nel Signore Nostro Gesù Cristo, voglio essere pesante e pedante, nel ricordarvi la grande spiritualità che aleggia nelle nostre zone, montane e collinari; zone un tempo benedette e santificate, vissute e calpestate, lavorate e sudate da uomini e donne che volevano allontanarsi dalla mondanità quotidiana per nascondersi alla vista dell'umanità e, nonostante le continue tentazioni dei demoni, pregare insistentemente per essere il più possibile vicini a Dio. La loro casa una grotta buia, umida, fredda; il loro cibo la preghiera, il digiuno; la loro sofferenza avvicinarsi il più possibile agli insegnamenti di Cristo.
Digiuno, preghiera e, con la sola luce di una semplice candela trascrivere e copiare i testi sacri ( a quei tempi non esistevano le tipografie) per i loro confratelli rimasti nei monasteri e nelle lavre.
Molte chiese e molti monasteri sono stati edificati in questi territori, portando la fede e la parola del Signore per essere vissuta nel silenzio e nella fatica quotidiana.
Tutto il Sud, dell'attuale Italia, aveva subito questa invasione spirituale e aveva raggiunto la sua piena maturità all'inizio della guerra iconoclasta, quando il demonio era riuscito a deviare la fede di imperatori e patriarchi riducendoli alla sua mercè ed iniziando una delle tante eresie che hanno dato alla Chiesa una infinitá di santi.
Molti e molti santi monaci e sante monache, come tantissimi semplici fedeli in Cristo, hanno abbandonato la loro terra per trovare una nuova casa nelle nostre terre, un tempo coperte di vegetazione impenetrabile e fiumi, sorgenti e ruscelli che hanno fatto da scudo alla realizzazione e costruzione delle future città monastiche.
Anche il nostro territorio, la nostra zona non è rimasta insensibile a questo fenomeno spirituale.
A pochi chilometri da quello che nel 1510 sarebbero stati costruiti le fondamenta del futuro paese (arbëresh) di San Basile, nel territorio di Sassone sorsero chiese di cui ancora si possono venerare i muri che hanno resistito alle scorribande degli eretici e scismatici che non vedevano di buon occhio questi luoghi di intensa spiritualità monastica. Invece nella zona specificatamente del paese di San Basile, esisteva un cenobio, sembra, fondato da un santo monaco di nome Basilio. Come per tanti suoi confratelli, la rabbia e la tracotanza papista, grazie ai 'vandali' Normanni, nel corso dei secoli, nonostante i nomi vennero cancellati, qualcosa è rimasta nella memoria del popolo, il quale, segretamente, nel proprio intimo non ha cancellato il suo ricordo. La memoria rimane, il nome rimane, anche se poco si sa in termini umani di questo santo. Ora dopo secoli di memoria non sopita, una stupenda ikona è stata scritta per onorare questo santo, per l'appunto, secondo il ricordo del suo BIOS popolare, San Basilio Kraterete.
In questi tempi in cui il principe di questo mondo (il demonio) la fa da padrone, pur di cercare di distruggere il passato, il ricordo e la fede profusa affinché la Santa Fede con cui questo Santo e tutti i Santi Monaci e Monache si nutrivano, la Santa Fede Ortodossa, grazie anche alla gentile concessione, da parte di questa amministrazione comunale, di una stanza nell'ex scuola media, una Chiesa, a distanza di secoli, è sorta per ricordare alle attuali e future generazioni il ricordo indelebile che la Santa Fede Ortodossa non può morire, in quanto 'testata d'angolo' dell'insegnamento del Signore Gesù Cristo.
Questa Chiesa non vuole e non sarà mai qualcosa che si antepone alle chiese che operano nel territorio del Comune di San Basile.
Sono due entità diverse, dove ognuna svolge il suo servizio e il suo ruolo nella totale diversità spirituale.
Non è sorta per fare concorrenza a nessuno, anche perché le chiese seguono un calendario diverso: l'una quello riformato, o gregoriano; l' altra il vecchio calendario, cioè quello giuliano. Quindi due ruoli distinti e separati che non si incontrano quasi mai. Ognuno ha le sue priorità, le sue peculiarità ed ognuno ha i suoi fedeli, i quali seguono giurisdizioni di appartenenza diversi. Una è sotto la giurisdizione Ortodossa del Patriarcato di Mosca, le altre inserite nella Chiesa Cattolica romana. Questa nuova Chiesa chiama a raccolta coloro che hanno nel loro spirito, nel loro cuore, nella loro mente, la fede di questi Santi Monaci e Monache, la quale ricorda al popolo di Cristo che la Santa Ortodossia non è morta, ma vive, rivive, non si cancella, perché Cristo è il suo Pastore, la sua guida, il Padre.
Ricordo che la Chiesa è ubicata in Via Cavour (ex scuola media)
A San Basile in provincia di Cosenza, e come ciò che hanno cercato di cancellare dalla memoria del popolo, anche lei facente parte della grande e spirituale Eparchia del Mercurion.